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Dopo
quella
sedizione
del
giorno
di
san
Martino
e
del
seguente,
parve
che
l'abbondanza
fosse
tornata
in
Milano,
come
per
miracolo.
Pane
in
quantità
da
tutti
i
fornai;
il
prezzo,
come
nell'annate
migliori;
le
farine
a
proporzione.
Coloro
che,
in
que'
due
giorni,
s'erano
addati
a
urlare
o
a
far
anche
qualcosa
di
più,
avevano
ora
(meno
alcuni
pochi
stati
presi)
di
che
lodarsi:
e
non
crediate
che
se
ne
stessero,
appena
cessato
quel
primo
spavento
delle
catture.
Sulle
piazze,
sulle
cantonate,
nelle
bettole,
era
un
tripudio
palese,
un
congratularsi
e
un
vantarsi
tra'
denti
d'aver
trovata
la
maniera
di
far
rinviliare
il
pane.
In
mezzo
però
alla
festa
e
alla
baldanza,
c'era
(e
come
non
ci
sarebbe
stata?)
un'inquietudine,
un
presentimento
che
la
cosa
non
avesse
a
durare.
Assediavano
i
fornai
e
i
farinaioli,
come
già
avevan
fatto
in
quell'altra
fattizia
e
passeggiera
abbondanza
prodotta
dalla
prima
tariffa
d'Antonio
Ferrer;
tutti
consumavano
senza
risparmio;
chi
aveva
qualche
quattrino
da
parte,
l'investiva
in
pane
e
in
farine;
facevan
magazzino
delle
casse,
delle
botticine,
delle
caldaie.
Così,
facendo
a
gara
a
goder
del
buon
mercato
presente,
ne
rendevano,
non
dico
impossibile
la
lunga
durata,
che
già
lo
era
per
sè,
ma
sempre
più
difficile
anche
la
continuazione
momentanea.
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