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L'oste,
vedendo
che
il
gioco
andava
in
lungo,
s'era
accostato
a
Renzo;
e
pregando,
con
buona
grazia,
quegli
altri
che
lo
lasciassero
stare,
l'andava
scotendo
per
un
braccio,
e
cercava
di
fargli
intendere
e
di
persuaderlo
che
andasse
a
dormire.
Ma
Renzo
tornava
sempre
da
capo
col
nome
e
cognome,
e
con
le
gride,
e
co'
buoni
figliuoli.
Però
quelle
parole:
letto
e
dormire,
ripetute
al
suo
orecchio,
gli
entraron
finalmente
in
testa;
gli
fecero
sentire
un
po'
più
distintamente
il
bisogno
di
ciò
che
significavano,
e
produssero
un
momento
di
lucido
intervallo.
Quel
po'
di
senno
che
gli
tornò,
gli
fece
in
certo
modo
capire
che
il
più
se
n'era
andato:
a
un
di
presso
come
l'ultimo
moccolo
rimasto
acceso
d'un'illuminazione,
fa
vedere
gli
altri
spenti.
Si
fece
coraggio;
stese
le
mani,
e
le
appuntellò
sulla
tavola;
tentò,
una
e
due
volte,
d'alzarsi;
sospirò,
barcollò;
alla
terza,
sorretto
dall'oste,
si
rizzò.
Quello,
reggendolo
tuttavia,
lo
fece
uscire
di
tra
la
tavola
e
la
panca;
e,
preso
con
una
mano
un
lume,
con
l'altra,
parte
lo
condusse,
parte
lo
tirò,
alla
meglio,
verso
l'uscio
di
scala.
Lì
Renzo,
al
chiasso
de'
saluti
che
coloro
gli
urlavan
dietro,
si
voltò
in
fretta;
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