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-Carneade!
Chi
era
costui?-ruminava
tra
sè
don
Abbondio
seduto
sul
suo
seggiolone,
in
una
stanza
del
piano
superiore,
con
un
libricciolo
aperto
davanti,
quando
Perpetua
entrò
a
portargli
l'imbasciata.-Carneade
questo
nome
mi
par
bene
d'averlo
letto
o
sentito;
doveva
essere
un
uomo
di
studio,
un
letteratone
del
tempo
antico:
è
un
nome
di
quelli;
ma
chi
diavolo
era
costui?-Tanto
il
pover'uomo
era
lontano
da
prevedere
che
burrasca
gli
si
addensasse
sul
capo!
Bisogna
sapere
che
don
Abbondio
si
dilettava
di
leggere
un
pochino
ogni
giorno;
e
un
curato
suo
vicino,
che
aveva
un
po'
di
libreria,
gli
prestava
un
libro
dopo
l'altro,
il
primo
che
gli
veniva
alle
mani.
Quello
su
cui
meditava
in
quel
momento
don
Abbondio,
convalescente
della
febbre
dello
spavento,
anzi
più
guarito
(quanto
alla
febbre)
che
non
volesse
lasciar
credere,
era
un
panegirico
in
onore
di
san
Carlo,
detto
con
molta
enfasi,
e
udito
con
molta
ammirazione
nel
duomo
di
Milano,
due
anni
prima.
Il
santo
v'era
paragonato,
per
l'amore
allo
studio,
ad
Archimede;
e
fin
qui
don
Abbondio
non
trovava
inciampo;
perchè
Archimede
ne
ha
fatte
di
così
curiose,
ha
fatto
dir
tanto
di
sè,
che,
per
saperne
qualche
cosa,
non
c'è
bisogno
d'un'erudizione
molto
vasta.
Ma,
dopo
Archimede,
l'oratore
chiamava
a
paragone
anche
Carneade:
e
lì
il
lettore
era
rimasto
arrenato.
In
quel
momento
entrò
Perpetua
ad
annunziar
la
visita
di
Tonio.
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