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Come
un
branco
di
segugi,
dopo
aver
inseguita
invano
una
lepre,
tornano
mortificati
verso
il
padrone,
co'
musi
bassi,
e
con
le
code
ciondoloni,
così,
in
quella
scompigliata
notte,
tornavano
i
bravi
al
palazzotto
di
don
Rodrigo.
Egli
camminava
innanzi
e
indietro,
al
buio,
per
una
stanzaccia
disabitata
dell'ultimo
piano,
che
rispondeva
sulla
spianata.
Ogni
tanto
si
fermava,
tendeva
l'orecchio,
guardava
dalle
fessure
dell'imposte
intarlate,
pieno
d'impazienza
e
non
privo
d'inquietudine,
non
solo
per
l'incertezza
della
riuscita,
ma
anche
per
le
conseguenze
possibili;
perchè
era
la
più
grossa
e
la
più
arrischiata
a
cui
il
brav'uomo
avesse
ancor
messo
mano.
S'andava
però
rassicurando
col
pensiero
delle
precauzioni
prese
per
distrugger
gl'indizi,
se
non
i
sospetti.-In
quanto
ai
sospetti,-pensava-me
ne
rido.
Vorrei
un
po'
sapere
chi
sarà
quel
voglioso
che
venga
quassù
a
veder
se
c'è
o
non
c'è
una
ragazza.
Venga,
venga
quel
tanghero,
che
sarà
ben
ricevuto.
Venga
il
frate,
venga.
La
vecchia?
Vada
a
Bergamo
la
vecchia.
La
giustizia?
Poh
la
giustizia!
Il
podestà
non
è
un
ragazzo,
nè
un
matto.
E
a
Milano?
Chi
si
cura
di
costoro
a
Milano?
Chi
gli
darebbe
retta?
Chi
sa
che
ci
siano?
Son
come
gente
perduta
sulla
terra;
non
hanno
nè
anche
un
padrone:
gente
di
nessuno.
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